Leggere la fede (I)

I seguenti brani sono estratti dal libro Joie de croire, joie de vivre di François Varillon, Bayard, 2000. Le traduzioni sono mie. (Esiste una edizione italiana del volume, pubblicata da EDB nel 1984 con il titolo Gioia di credere, gioia di vivere.)

Sulla fede:

Il cristiano non dice di credere che Dio sia onnipotente, dice di credere in un Dio Padre onnipotente. […] Dire “credo in te” vuol dire “so che il tuo potere non è un pericolo per la mia libertà, anzi, al contrario, è al servizio di questa mia libertà”. “Credere in”, è tutto compreso in quelle due parole.
Quando il fidanzato dice alla fidanzata che crede in lei (e sono parole pregne di significato) non sta dicendo: prendo atto della tua esistenza e delle tue qualità, credo che tu sia così e così, credo a quello che mi hanno detto di te, credo a tutte le verità che ti riguardano. Sta piuttosto dicendo esattamente questo: io ti dono la mia fiducia, mi impegno fino in fondo con te, faccio di te il centro della mia vita, ti affido la cura della mia felicità donandoti tutto me stesso, tu sei degna di essere amata e io ti amo e voglio dipendere da te. […]
Nello stesso modo, la fede è lo slancio di tutto il nostro essere verso Dio, l’impegno di ciò che c’è di più profondo in noi stessi.

Sulla preghiera:

Dico a Dio: ti regalo il mio tempo, perché in fondo non posso donarti nient’altro. […] Allora non si può più obiettare nulla alla preghiera: pregare non ti dice niente? Non importa, regala il tuo tempo! “Ma non ho niente da dire a Dio.” Non dirGli niente, regalaGli il tuo tempo.

Consigli letterari per imprenditori e freelance

C’è sempre qualcosa da imparare dai libri, anche quando si legge per puro e semplice divertimento. Ad esempio:

Il passa-parola è più efficace della parola fatta di inchiostro, o dei punti esclamativi su manifesti e locandine.

Erin Morgenstern, Il circo della notte, trad. it. di Marinella Magri

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L’importanza del passa-parola ve la può confermare qualsiasi professionista, qualsiasi freelance. Non significa che le parole d’inchiostro e i manifesti (e i CV, e i biglietti da visita, e le parole virtuali, e le email, e i siti) siano inutili, o rinunciabili. Certo però che se avete il passa-parola avete già vinto in partenza.

Parole d’autore: J.R.R. Tolkien

Tolkien sull’uso e la magia dell’aggettivo:

Quanto possente, quanto stimolante per la facoltà stessa che l’ha prodotto, è stata l’invenzione dell’aggettivo! Nessuna formula magica o incantesimo di Feeria lo è di più. E non può sorprendere: tali incantesimi potrebbero invero essere ritenuti null’altro che un diverso aspetto degli aggettivi, una parte del discorso di una grammatica mitica. La mente che pensò leggero, pesante, grigiogiallo, immobile, veloce ,concepì anche la magia atta a rendere cose pesanti, leggere e atte a volare, a trasformare il grigio piombo in giallo oro, l’immobile roccia in acqua veloce.

–J.R.R. Tolkien, Albero e foglia, traduzione italiana di Francesco Saba Sardi

Il mestiere più rischioso del mondo

Photo credits: ShashaW on Flickr

Io sono un libraio, vado in giro, vedo un sacco di gente, vendo i libri, scopro talenti nascosti sotto montagne di carta… Io propago idee. Il mio è il mestiere più rischioso del mondo, capito?, sono responsabile della diffusione dei pensieri, magari di quelli più scomodi.

(Luther Blisset, Q)

Roma ad orecchio

Mi sono resa conto negli ultimi tempi che, quando leggo in italiano, c’è un aspetto che ha iniziato ad affascinarmi sempre di più: l’orecchio dell’autore.

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Non questo genere di orecchio, ovviamente. Parlo della capacità di riprodurre in modo naturale le parlate, i dialoghi, gli accenti, quei modi di dire e quelle costruzioni che fanno di ognuno di noi un parlante vero e diverso dagli altri.

Mi si dirà: ma sei una traduttrice, queste cose dovresti notarle per definizione da sempre (e per di più saperle ricreare). Rispondo: purtroppo gli esempi di buon orecchio sono davvero scarsi (e comunque non ho mai tradotto un romanzo).

Prendiamo ad esempio Scontro di civiltà per un ascensore a piazza Vittorio di Amara Lakhous. Un romanzo in cui quelle diversità linguistiche, quegli idioletti, vorrebbero essere essi stessi protagonisti, strumenti primari nel dipingere quell’arazzo multilingue e multiculturale che è la Roma di oggi (e chiedo scusa se mi lascio trasportare un po’ dalle metafore). Eppure non ce la fa. È piacevole, sì, e le caratterizzazioni linguistiche sono curate, eppure quelle lingue non sono vive, non sono del tutto vere. E posso anche perdonare l’autore, che non è madrelingua ma vuol scrivere in italiano: il romanzo scivola benissimo lo stesso, l’italiano è perfetto, è solo al mio orecchio che la caratterizzazione non è sufficiente.

E poi arriva invece un autore come Giancarlo De Cataldo con il suo Romanzo criminale.

Ed è subito tutta un’altra storia, perché De Cataldo, per la sua Roma (che è una Roma d’altri tempi, che è una Roma composta diversamente, eppure che è sempre un arazzo di lingue e accenti che si mescolano e si scambiano) ha un orecchio perfetto. Al punto che io, non romana, avevo bisogno ogni tanto di un esperto locale per decifrare i significati nascosti dei dialoghi.

In una parola: bellissimo.

(Per la cronaca: c’è un punto debole, e sono gli inserti di lingua scritta, verbali, articoli di giornale, sentenze. Lì non si va più ad orecchio e lì era la debolezza del libro.)

Sapete consigliarmi altri libri scritti con un buon orecchio? Sono tutt’orecchi!